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Da “Madame Sousatka” di Bernice Rubens:

“Ma madame Sousatka mi ha detto che sono un genio. Me lo ha detto proprio questa settimana” Il signor Cordle sospirò. “Vedi quel disegno lì,” indicò un manifesto appeso alla parete oppposta. Era la raffigurazione del corpo umano e dentro ogni osso, muscolo e giuntura era infilata una linea che usciva dal corpo e terminava con il nome corrispondente. I titoli erano disposti insieme in modo ordinato e simmetrico, assumeno la forma di una sagoma umana attorno a un corpo cavo. “Quando ero un ragazzo,” disse il signor Cordle, “e avevo più o meno la tua età, immagino, quel disegno stava appeso accanto al mio letto. E ogni sera lo guardavo e piangevo. Piangevo per quell’uomo circondato da una batteria di etichette. Quelle linee che vedi sbucare dal corpo,” proseguì, puntando sul disegno una lunga bacchetta, “ero convinto che quelle fossero freccie. E il sangue per colpa loro sgorgava a fiotti. E lui era lì,  appeso accanto al mio letto, crocifisso dalle etichette, e ogni giorno moriva un po’ di più, e io non potevo farci nulla. Un giorno mia madre entrò per darmi il bacio della buona notte e vide che stavo piangendo. Me ne chiese il perché e io le dissi che era per via dell’uomo moribondo sul mio muro. Lei rise e mi accarezzò la guancia e disse che avevo troppa immaginazione. E io mi vidi raffigurato in modo simile a quello dell’uomo sul manifesto, e alla fine della linea c’era scritto IMMAGINAZIONE. Ci puoi uccidere un uomo con le etichette, Marcus. In quel momento per la prima volta cominciai a morire. Quella fu la mia prima freccia. Da allora me ne hanno conficcate tante e ogni volta fa un po’ più male. Morire diventa sempre più difficile”, mormorò, e Marcus inorridì nel sentire che la voce del signor Cordle si incrinava. Marcus capiva solo vagamente dove stesse andando a parare il signor Cordle. Rimpianse di aver fatto cenno a quella storia del genio.

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