In città: il “pratino” o la microfattoria?

Leggo che in America molte città si sono rese conto che la manutenzione dei prati davanti e dietro a casa richiede molta acqua e stanno quindi incentivando la sostituzione con piante meno idroesigenti o con tappeti di erba sintetica. Questa può essere una soluzione ma come spesso accade probabilmente per risolvere il problema dei consumi urbani in generale bisogna iniziare a porlo in modo diverso.

Ad esempio si può iniziare a pensare che anche i giardini di città possono essere produttivi e non solo belli da vedere.  Per di più i pratini di questo tipo, quelli continuamente tagliati ad altezza tre centimetri, ospitanti un solo tipo di erba, paiono essere molto poveri in biodiversità. Come dice Michael Pollan “A lawn is nature under totalitarian rule (Un prato è la natura sotto un governo totalitario)”.

Riguardo alla produttività del giardino di casa mia, ad oggi essa supera nettamente la parte estetica in quanto sono presenti: un albero di susine amola, ereditato dai precedenti proprietari; Kikka e Kokka, due galline ovaiole con noi da marzo; la compostiera; qualche pianta di erbe aromatiche.

Il progetto e l’esperimento è quello di aggiungere altre cose, per rendere il giardino ancora più produttivo, anche a piccoli passi; la sfida è quella di far coesistere tutto in modo armonico, ispirandosi il più possibile ai progetti della permacultura.  Una microfattoria urbana? Perchè no?

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Il nido di Kikka e Kokka

L'albero in fiore
L’albero in fiore, con compostiera ai piedi
Kikka e Kokka
Kikka e Kokka

 

 

Pet friend
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I prodotti dell'albero(una parte a dire il vero)
I prodotti dell’albero(una parte a dire il vero)
Qualche pianta, ma bisogna progettare meglio gli spazi
Qualche pianta, ma bisogna progettare meglio gli spazi
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In città: il “pratino” o la microfattoria?

3 pensieri su “In città: il “pratino” o la microfattoria?

  1. Ad esempio i campi da golf in un clima mediterraneo sono una delle maggiori fonti di impatto ambientale, così il pratino davanti a casa se non è dotato di sufficiente “biodiversità” e di “resilienza climatica” dovrebbe essere tassato ai fini IMU come una seconda casa. Poi vorrei aggiungere qualcosa sulle caprette che dovrebbero essere adottate dalle pubbliche amministrazioni per tenere a bada la ricrescita del manto erboso, e allo stesso tempo incentivare la produzione casearia artigianale

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