Arcadia

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Ho letto un buon libro, si intitola “Arcadia”, pubblicato quest’anno, in Italia da Codice Edizioni.

Dato che la prima metà della storia si svolge ad Arcadia, una comune hippie costruita a cavallo tra anni 60 e 70 con fatica e sudore da un gruppo di persone che si chiamavano l’un l’altro i Free People, già mi vedo il romanzo stravolto e banalizzato da un film da esso tratto. L’autrice è brava a dare un ritratto non stereotipato della vita di questa comunità, dalla nascita alla consolidazione e alla diaspora finale. Il punto di vista è quello di Briciola, il “primo nato nella comunità”, il cui flusso di pensieri espresso in un tempo presente sospeso tra pensieri e parole pronunciate. I genitori di Briciola, Abe e Hannah, con la purezza di loro ideali e il duro lavoro manuale diventano ben presto colonne portanti della comunità, di contro al carismatico ma ben poco pragmatico Handy, la guida spirituale del gruppo. Tutte le sfaccettature di questo tipo di educazione sono descritte in modo vivido: il vivere sempre insieme, educati da tutti, l’imparare a fare tanto da sè, il contatto costante con la natura, il contatto anche con la droga vista come esperienza di esplorazione personale liberatoria. La scelta di non sfruttare nessuno neanche gli animali porta i Free People a condurre uno stile di vita totalmente alternativo, qualcosa che oggi definiremmo “sostenibile”. Agli occhi di Briciola questa è una vita felicissima, ma vista a ritroso nelle successive parti del romanzo, l’idillio non è condiviso nei ricordi degli altri personaggi.  A lui però sembra senz’altro preferibile al mondo esterno, martoriato da guerre, miseria, stupri, rapine e cose terribili; da “case solitarie e spopolate in cui regna una rovina chiamata televisione”.

Vicino ad Arcadia vive una comunità Amish, un altro esperimento utopistico basato su un contratto tra persone totalmente diverso, più rigido ma nel lungo periodo più solido. Come dice un personaggio appartenente al gruppo degli Amish: “Libertà o comunità, comunità o libertà. Una persona deve decidere come preferisce vivere. Io ho scelto la comunità”.  Ritroviamo la comunità Amish  ancora fiorente alla fine del racconto, mentre Arcadia è ormai un ricordo e Briciola si è adattato alla vita di città. In essa, egli trova persone desensibilizzate, perse nelle loro solitudini digitali e  incapaci di interessarsi ad alcunchè. Mangiano cibo che sa di cartone e non hanno contatto con la natura. Inaspettatamente però, Briciola intuisce che lo spirito di Arcadia può rivivere in citta. “Abe, dice, non era la campagna a fare dell’esperimento di Arcadia un posto così bello, lo capisci? Era la gente, la correlazione, il fatto che tutti contassero su tutti, la vicinanza. I paesini stanno morendo, l’America delle città di provincia va scomparendo e il solo luogo dove quel sentimento esista ancora è qui, nella grande città, dove milioni di persone respirano la stessa aria. Qui e adesso c’è più utopia, più che nella tua graziosa casetta sperduta nella foresta, con le marnotte come soli vicini. Non lo vedi? Noi ragazzi di un tempo viviamo qui, in città. Siamo diventati urbani perchè cerchiamo ciò che abbiamo perduto. Questo è il solo luogo che vi rassomigli. La vicinanza. La connessione. Capisci? Sono cose che non esistono più se non qui.”

Nella seconda metà del libro, dopo alcuni salti temporali in cui le dolorose vicende personali di Briciola si dipanano, il mondo in cui il protagonista vive è alle prese con i primi effetti sensibili ma già disastrosi dei cambiamenti climatici.

Una lettura avvincente che si conclude forse trovandosi a rimproverare all’autrice di non avre tirato alcune fila delle varie vicende trattate, facendo scomparire alcuni personaggi frettolosamente o glissando su alcun passaggi importanti.

Arcadia